Care lettrici, cari lettori, ci permettiamo un numero-flash di ItalStrat per iniziare la settimana sulla scorta della polemica emersa per gli attacchi di Donald Trump a Giorgia Meloni, che non stupiscono visto che da oltre un mese The Donald assaltava i Paesi europei ritenuti inaffidabili nel sostegno all’avventura militare in Iran. Sfruttiamo la coincidenza del numero 47 di ItalStrat per parlare del 47esimo presidente Usa e di come non sia un amico dell’Italia.
Ci concediamo una digressione a una puntata uscita un anno fa perché riteniamo possa aiutare a capire molte questioni emerse ora e che viste retrospettivamente era lecito attendersi.
Un anno fa riflettevamo dei rischi che Meloni stava correndo provando a presentarsi come “pontiera” europea verso gli Usa alla luce dell’accordo commerciale con cui Ursula von der Leyen provò a placare le ire di Trump sul commercio e i dazi:
Difficile considerare questo patto una vittoria e poco importa il fatto che Washington difficilmente, sul lungo periodo, guadagnerà in termini di rafforzamento industriale e economico. Conta il messaggio, che è politicamente significativo: l’Ue mette nero su bianco la volontà americana di innalzare dazi interni all’Occidente, concludendo un cerchio aperto dagli Usa negoziando con Regno Unito e Giappone. E i pontieri oggi possono essere solo spiazzati da questa palese svolta. Ad aprile Meloni alla Casa Bianca professava un principio: “Make the West Great Again“. Un mondo conservatore e sovranista americano ci ha profondamente creduto. La premier di Fratelli d’Italia è stata premiata dall’Atlantic Council, elogiata da molti tecno-oligarchi (a partire da Elon Musk) e, da ultimo, ha pure sdoganato la sua immagine comparendo sulla patinata copertina di Time come figura simbolo d’Europa.
Alla prova dei fatti, però, l’aspirazione di Giorgia Meloni, ultima transatlantica della destra europea, è stata messa sotto scacco. L’unilateralismo di Trump ha spinto gli Usa laddove non si immaginava sarebbero arrivati. E in un certo senso l’assenza di un trattamento di favore legato al ruolo italiano ha svegliato dall’incantesimo di poter esser davvero diventati, noi, i ponti tra Europa e America. Alla prova dei fatti, Meloni è solo l’ultima leader a cercare una strategia chiara: l’abbraccio con gli Usa come leva per sentirsi valorizzati di fronte alla superpotenza e ottenere capacità d’azione nei teatri di riferimento e, al contempo, non soffocare nell’abbraccio europeo dell’asse franco-tedesco.
Riteniamo difficile poter definire di successo questo approccio. Non si può fare una colpa a Meloni per aver tentato questa strategia: le alternative comunitarie erano quantomeno appannate e certamente non entusiasmanti. Scrivevamo ancora di ciò di cui l’esecutivo doveva rendersi conto:
L’obiettivo degli Usa non è un’Europa più forte. Non lo è mai stato. Joe Biden ha mosso una vera e propria “guerra economica” al Vecchio Continente colpito da inflazione e rincari prima che Trump entrasse in scivolata coi dazi; la Commissione Europea ha varato ReArm Europe salvo poi promettere acquisti massicci di assetti militari a stelle e strisce; ogni regola sulla transizione green viene abbandonata quando si tratta di acquistare il costoso (e inquinante!) gas naturale a stelle e strisce. Meloni ha pensato che con Trump sarebbe stato diverso: l’ideologia conservatrice, le comuni battaglie identitarie, una certa postura da outsider legavano i due leader. Ma alla prova dei fatti l’America ha interessi che non tramontano. E oggi coincidono con la volontà di non accelerare il percepito declino economico, industriale, strategico esaltando la propria centralità nel sistema di riferimento. Rafforzando la natura di satellite dell’Europa. Inutile dirlo: i dazi, in quest’ottica, rompono l’incantesimo e spiazzano Meloni. Urge ripensare una strategia:. Vale ancora la pena l’idea di pensarsi pontieri euro-atlantici? Se sì, in che campi possiamo giocare un ruolo?
Riproponiamo con umiltà queste domande sperando che sia arrivato il momento di capire in che campo possa e debba giocare l’Italia per essere tanto ritenuta un affidabile partner in campo europeo quanto su scala globale essere ritenuta credibile e solida anche dagli Usa come Paese con interessi propri e in grado di meritare rispetto. C’è chi (Bettino Craxi e Giulio Andreotti in testa) ci è riuscito. Altri, invece, non hanno avuto analoga fortuna. Silvio Berlusconi con George W. Bush e Matteo Renzi con Barack Obama costruirono solidi rapporti personali che, in particolar modo nei primi due casi, in Italia furono letti sulla base di tre principi. Primo: un vero e proprio abbraccio politico dell’Italia al comandante in capo Usa pro tempore. In secondo luogo, un uso della relazione italo-americana come strumento di pressione su un’Europa ritenuta distante su vari dossier (immigrazione, politica estera, economia e via dicendo). Infine, una sostanziale sopravvalutazione del peso di Roma agli occhi dell’egemone dell’Occidente.
Meloni ha provato, nel passaggio da Joe Biden a Donald Trump, ad agire utilizzando la chiave dell’Occidente come spazio geopolitico oltre che valoriale proprio mentre il “Global West” veniva frammentato da dazi, rivalità commerciali, smarcamenti geopolitici e affondi del tycoon. Col senno di poi, si può vedere da tempo in atto un graduale smarcamento, e riconosciamo a Meloni un’autonomia di pensiero in tal senso da diversi mesi. Roma ha insistito a costruire rapporti solidi con la Germania in campo industriale, dialoga sul caccia GCAP con Regno Unito e Giappone, sulla difesa lavora per l’antiaerea con la Francia sfidando l’egemonia dei Patriot americani e Meloni ha firmato la lettera europea a difesa della Groenlandia dalle mire di Trump a inizio 2026. Ci è piaciuta molto, poi, Meloni quando ha difeso la dignità dei caduti italiani vilipesi, assieme agli altri dei Paesi Nato, da Trump quando ha osato dire che mai i partner Nato erano venuti in soccorso agli Usa.
Accenni di smarcamento cui si continuano a alternare alcune manovre politiche di convergenza: non si capisce, ad esempio, perché Meloni abbia chiamato prima del ballottaggio presidenziale colombiano il candidato di destra trumpista Abelardo de la Espriella o perché Fratelli d’Italia abbia sostenuto, al Parlamento Europeo, una mozione sulle sanzioni a Cuba che ricorda pari pari la posizione americana. Regalo non richiesto contro un Paese che, fino a prova contraria, aiuta anche la sanità italiana in Calabria, regione ove peraltro la coalizione di Meloni è di governo.
Ora la sfida sarà capire in che misura gestire le intemperanze anti-europee del presidente preservando al contempo il rapporto con gli Usa. Ci sono manovre d’interesse nazionale italiano dove la cooperazione con Washington è necessaria: pensiamo al tema della possibile missione su Hormuz o alla partecipazione italiana alla Missione Artemis per la corsa alla Luna. Due dossier su cui per almeno un anno a parlare dovranno essere il governo di Giorgia Meloni e l’amministrazione di Donald Trump. E dunque bisognerà trovare un modus vivendi. Concludiamo con una triplice osservazione.
Primo: Meloni ha pagato lo scotto di provare a sovrapporre interesse politico e legame valoriale nel rapporto con Trump. Questo perché, più in generale, qualsiasi rapporto euro-americano ora deve essere letto attraverso il prisma percepito a Washington, che consta in due parole: America First. Secondo: risulta auspicabile che la discussione torni presto al tema della politica vera e dei dossier critici, e soprattutto andrà compreso se le parole di Meloni contro Trump, accusato di accondiscendenza maggiore coi rivali dell’Occidente rispetto a quanto accade con gli alleati, spingeranno delle novità politiche su molti fronti (dall’Ucraina alla Cina) in campo europeo. Terzo: forse sarebbe anche ora di finirla con l’eccessiva americanizzazione della politica italiana o con la trasformazione del dibattito e delle figure pubbliche americane in punti di riferimento per il sistema nostrano. Sarebbe un salutare esercizio di sovranità, perlomeno nel dibattito pubblico.




