#7 - L'estate calda delle banche italiane
Da risiko a rodeo, la partita delle banche italiana tra Stato e mercato, finanza nazionale e attori globali, potere economico e influenza politica.
Care amiche, cari amici, quella in corso non è solo una calda estate sul piano meteorologico, né lo è solo per lo scenario globale in continuo mutamento. Lo è anche per il mondo finanziario italiano, dove tra dinamiche di potere, progetti d’acquisto di istituti e strategie che uniscono economia e politica diversi colpi di scena si sono susseguiti. Capire la geografia del “risiko bancario” italiano aiuta a capire i movimenti del potere nel sistema Paese ed è di questo che parleremo in questo numero di ItalStrat, il settimo.
In sostanza, negli ultimi anni le banche italiane, ripulite dopo anni di tensioni sistemiche da quelle passività e criticità che ne hanno condizionato la marcia nel decennio scorso (crediti deteriorati, derivati tossici e via dicendo) hanno avuto a disposizione risorse crescenti a causa dell’aumento delle entrate da margine d’interesse e credito legate all’aumento dei tassi da parte della Banca centrale europea (iniziato nel 2022) che si sono sommate a un vento politico comunitario, alimentato dalla stessa Bce e da rapporti come quello di Mario Draghi sulla competitività europea, favorevole al cosiddetto “consolidamento”, all’aggregazione tra più istituti per creare sinergie operative, efficienza di mercato e una maggiore capacità di consolidare economie di scala per fini industriali chiari.
I maxi-utili animano la partita delle banche
Gli utili dell’ultimo triennio sono stati pari a 112 miliardi di euro complessivi e le banche non hanno badato a spese. Ad oggi le partite in corso si dividono in tre categorie:
A un livello base, ci sono le operazioni di consolidamento e sinergia industriale con carattere strettamente interno e nazionale.
Su un piano più elevato, le partite dove finanza e potere di stampo politico-istituzionale si confrontano (o collidono)
Infine, le grandi sfide di sistema concernenti finanza nazionale, attori stranieri e sistema-Paese in senso più ampio.
Bper sbarca a Sondrio
Nel primo campo si può pensare a un’operazione recentemente conclusa, quella con cui Bper ha acquisito Banca Popolare di Sondrio. L’offerta pubblica di scambio con cui l’istituto modenese ha acquisito quello valtellinese è stata guidata dal primo azionista di entrambi, il gruppo assicurativo bolognese Unipol, e Bper ha potuto consolidare un’espansione graduale che procede da anni.
L’istituto, si notava, “è sbarcata in Sardegna dal 2019, quando ha rilevato la proprietà dello storico Banco di Sardegna basato a Sassari, ha superato il Po nel 2021-2022, comprando parte delle filiali di Ubi sparse tra le province di Brescia, Bergamo e il resto della Lombardia dopo l’incorporazione dell’allora terza banca italiana in Intesa San Paolo, ha assimilato la ligure Carige lo stesso anno e ora vuole toccare le Alpi”, inglobando l’istituto di Sondrio e Morbegno fondato da Luigi Luzzati. Operazione simile, questa, a quella con cui Banca Ifis ha inglobato Illimity, consolidando un polo della finanza orientata al ramo digitale. L’acquisizione è stata perfezionata due settimane fa.
Unicredit-Bpm tra salotto e potere
Sul secondo fronte, non si può non sottolineare il peso della partita di Unicredit in Banco Bpm, che è stata condizionata dall’intervento del governo italiano. L’esecutivo di Giorgia Meloni ha infatti di fatto messo su un binario morto l’operazione con cui Piazza Gae Aulenti intendeva scalare Piazza Meda, mettendo in campo un’Ops da 10 miliardi di euro, avocando a sé il richiamo alla sicurezza nazionale ed economica per le possibili ripercussioni sulla quota di debito detenuta da Unicredit e Bpm. La vicenda del Golden Power applicato dal governo Meloni su Piazza Gae Aulenti segna un passaggio cruciale nei rapporti tra finanza, istituzioni e diritto europeo.
Nonostante le critiche arrivate da Bruxelles – che ha espresso perplessità sulla rigidità delle prescrizioni imposte – il Tar del Lazio, con la sentenza del 12 luglio, ha confermato la legittimità dell’impianto governativo. Da un lato ha accolto parzialmente le obiezioni di Unicredit e Banco Bpm sul rischio di abuso da parte dello Stato; dall’altro ha riconosciuto come fondato l’obiettivo politico ed economico dell’esecutivo: inserire la sicurezza economica nel perimetro più ampio della sicurezza nazionale, come si è ricordato su InsideOver, rafforzando i poteri speciali del Tesoro guidato da Giancarlo Giorgetti.
La vicenda ha avuto un epilogo rapido. Pochi giorni dopo, il 22 luglio, Unicredit ha annunciato il ritiro dell’offerta su Banco Bpm, motivando la scelta con l’eccessivo peso delle condizioni dettate da Palazzo Chigi. Neppure il sostegno della Commissione Europea, favorevole a una maggiore integrazione del settore bancario, è bastato a convincere il Ceo Andrea Orcel a proseguire. Per Unicredit, l’operazione avrebbe significato entrare in un braccio di ferro potenzialmente logorante con il governo italiano.
Il risultato è duplice: sul piano industriale si ferma una possibile operazione di consolidamento bancario, mentre sul piano politico-finanziario emerge con chiarezza la contrapposizione tra Roma e Milano. Da un lato, il “partito romano” – governo e MEF – deciso a esercitare un controllo strategico sugli snodi della finanza nazionale. Dall’altro, i grandi player milanesi, che vedono limitata la loro libertà d’azione nelle scelte di mercato. Il caso Gae Aulenti-Banco Bpm diventa così un precedente significativo: un terreno di scontro che non riguarda solo il diritto societario, ma la definizione stessa dei rapporti tra potere politico e potere finanziario in Italia.
Essenzialmente, l’esecutivo di Giorgia Meloni ha due obiettivi: da un lato, esercitare un ruolo nel settore economico-finanziario dove spesso la destra, specie quella di orientamento conservatrice, ha agito da spettatrice. Dall’altro, provare a esercitare una sorta di privilegio “nazionale” sul settore strategico del credito e del mondo finanziario-assicurativo. In un certo senso, la politica teme che grandi istituzioni italiane possano apparire meno tali di fronte alla loro strategia arrembante all’estero. Un caso come quello di Unicredit, salita fino al 29,9% del colosso tedesco Commerzbank, si somma a quello di Generali, prima azienda privata italiana per fatturato (paragonabile a Msc, che però è di diritto svizzera), su cui il governo ha acceso un faro per l’accordo sul risparmio gestito con il colosso francese Natixis. E qui veniamo al terzo punto, la partita dove si somma tutto: finanza nazionale, finanza globale, potere politico. Una partita che ha al centro tre protagonisti: Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca e la stessa Generali.
Mediobanca-Mps, la madre di tutte le battaglie
A fine gennaio, lo ricordiamo, Mps, risanata dopo anni di crisi e tornata a essere un’operatrice di mercato attiva, ha lanciato l’Ops su Mediobanca, principale banca d’affari e perno tra finanza nazionale e internazionale del sistema-Paese, per oltre 13,5 miliardi di euro. La partita parla profondamente delle dinamiche finanziarie e di quelle del sistema-Paese. Seguire il gioco delle partecipazioni è fondamentale per capire il perché. A novembre il governo Meloni ha ceduto quote di Mps facendo entrare come soci due attori importanti: il costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, il fondo degli eredi del fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio.
L’asse Caltagirone-Delfin con il Ceo di Mps, Luigi Lovaglio, e il governo Meloni ha aperto la strada alla progettata scalata su Mediobanca. Il motivo? In Piazzetta Cuccia Caltagirone (quasi 10%) e Delfin (poco meno del 20%) sono i maggiori azionisti ma non governano. Il Ceo Alberto Nagel, in sella dal 2008, sia nel 2020 che nel 2023 ha vinto le battaglie per il rinnovo del Cda facendo sponda con i fondi internazionali, presentandosi come uomo del mercato contro la tentazione di fare nuovamente di Mediobanca un “salotto buono” centrato unicamente sull’Italia. Ma non finisce qui. Mediobanca ha il 13,2% delle quote di Generali. Nell'azionariato è seguita, guardacaso, dal gruppo Del Vecchio (10%) e da Caltagirone (6,59%), con Unicredit quarta poco sotto il 5%. Delfin e Caltagirone hanno perso anche qui, nel 2022 e nell'aprile scorso, la corsa al governo di Generali non riuscendo a scalzare la Mediobanca di Nagel, che appoggia il Ceo Philippe Donnet. Se cadesse Mediobanca, dunque, un blocco centrato sull'asse politico-finanziario romano e su logiche nazionali potrebbe indirettamente mettere le mani sul maggior colosso assicurativo italiano, creando una concentrazione senza precedenti di influenza e potendo muoversi in cabina di regia per gestire la proiezione internazionale del gruppo.
Sono da segnare, dunque, col bollino rosso due date: l’8 settembre termina la possibilità di aderire all’Ops di Mps per i soci di Mediobanca. Caltagirone e Delfin mirano al 66% per disarcionare il Ceo in carica e ottenere il loro obiettivo e hanno dichiarato il 35%, facilmente raggiungibile, come la soglia minima per esercitare il controllo di fatto. Nagel però non si è fatto sorprendere. Ad aprile ha provato la mossa del cavallo: barattare il capitale di Mediobanca in Generali per la quota nella sua succursale bancaria, Banca Generali, stabilmente nella top ten degli istituti italiani. Un’operazione da oltre 6 miliardi di euro che devierebbe il fiume a Caltagirone e Delfin.
Data-clou: il 21 agosto, giorno dell’assemblea dei soci di Mediobanca. Se Nagel avrà una maggioranza l’operazione Banca Generali partirà. E soprattutto il Ceo avrà dalla parte sua una “coalizione di governo” capace di resistere se l’Ops di Mps non supererà il 50% di adesioni. Come signorie antiche, le banche italiane si confrontano, scontrano e dialogano. In mezzo c’è una partita per il potere e il controllo di quote e posizioni formali prima ancora che sostanziali che indica nel nostro capitalismo una focalizzazione sull’equity assente in altri grandi modelli, dove predomina la corsa al dividendo. Questo perché non è solo un fatto di numeri e ricavi. Si tratta di una partita di potere tra Stato e mercato, tra modernizzazione e tradizione, tra visione globale e arroccamento nazionale. Due filosofie che collidono nella lunga, calda estate delle banche.
ItalStrat Plus: E se fosse Roma a ospitare Putin, Trump e Zelensky?
Aggiungiamo, in coda a questa puntata, una modesta proposta. Ieri alla Casa Bianca Donald Trump e Volodymyr Zelensky hanno approfondito il dialogo sulla pace in Ucraina dopo l’incontro tra The Donald e Vladimir Putin in Alaska del giorno di Ferragosto. Si parla di un summit a tre per suggellare una possibile pace. Un accordo potenzialmente doloroso ma che per molti appare sempre più necessario non può non emergere dal “coraggio del negoziato” da parte degli attori in campo. A nostro avviso, lanciamo una modesta proposta: riscoprire la proposta di Papa Leone XIV, espressa a maggio, e indicare in Roma, possibilmente nella Roma vaticana, la sede del vertice trilaterale.
A maggio Leone ha detto che “la Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, perché ai popoli sia ridata la dignità che meritano, la dignità della pace”. E, inoltre, un accordo potenzialmente dirompente come quello russo-ucraino-americano si presume possa essere un punto di partenza per una profonda ridefinizione dell’ordine globale. Roma sarebbe un palcoscenico importante per un negoziato di questo tipo. Sul piano politico, certamente, ma anche su quello simbolico, con buona pace di Anchorage. Per la diplomazia italiana, pensare a un’ospitata di questo tipo in sinergia con la Santa Sede consentirebbe poi di ottenere una centralità europea di cui sarà doveroso tornare a interessarsi nei mesi e negli anni a venire. In alternativa, un’altra suggestione porta a un luogo simbolico, sempre italiano: Bari, la città di San Nicola, patrono che unisce Russia e Ucraina ed è centrale per la Chiesa Ortodossa. Si tratta di immaginare e di sparigliare. Non costa nulla. Ma anche dal simbolo può partire un’azione che consenta di riscoprirsi strategici. Fare un sondaggio non costa nulla, in fin dei conti.



Analisi molto dettagliata! Sarebbe interessante approfondire il ruolo delle banche territoriali nella gestione delle crisi e nell'innovazione dei servizi finanziari, specialmente in aree meno servite dal sistema bancario tradizionale.